mercoledì 14 marzo 2012

Quattro giorni di sirene.


Ieri finalmente hanno firmato la tregua e quattro giorni di sirene antimissile sono terminate ed è terminato anche il bombardamento di quasi 300 missili e granate sul sud di Israele da Gaza e capite abitando a 40 Km a nord dal confine la cosa mi ha toccato abbastanza: un paio di notti fuori e dentro dai rifugi, chiusi in casa per paura di trovarci allo scoperto durante i lanci e bambini senza scuola per 3 giorni. Tutto questo è stato causato dall’uccisione da parte israeliana di un militante terrorista che aveva in progetto un attentato. Ovviamente oltre a questo l’aviazione israeliana ha colpito vari militanti Jahdisti intenti a lanciare i razzi e negli scontri sono stati purtroppo coinvolti anche dei civili palestinesi. Da parte israeliana, a fronte dell’alto numero di razzi caduti, il bilancio è stato più lieve con qualche decina di feriti lievi, questo grazie alle batterie anti missile e alla preparazione della popolazione nell’affrontare queste crisi.
A parte riportare i fatti e fare i conti delle vittime, vorrei fare un discorso più ampio, che per quanto possa valere, faccia riflettere sulla situazione sia chi è a favore di una o l’altra fazione.
Prima di tutto, vorrei chiarire alcune cose che forse in Italia non sono chiare:
  1. Israele c’è e deve esserci più o meno nei confini odierni. Questa considerazione viene dal fatto che Israele è uno stato di sette milioni e mezzo di persone di cui la più parte è nata in Israele e molte di queste persone provengono da famiglie che sono qua da più di 100 anni e non hanno altri posti dove andare.
  2.  Israele, con tanti difetti, è la più sviluppata democrazia nel Medio Oriente insieme alla Turchia. Uno stato dove convivono varie etnie, almeno tre o quattro religioni, dove alla corte suprema un giudice arabo non canta l’inno nazionale e non viene cacciato, dove si tengono elezioni regolari, dove tutti ricchi, poveri, arabi, neri, caucasici, cattolici, ebrei o arabi hanno pensione e copertura medica. Certo, non è una situazione idillica, ci sono tensioni e disequilibri sociali, immigrazione clandestina, ma certamente non peggio di altre democrazie in giro per il mondo. Dopo tutto Israele è uno stato con solo 60 anni di vita.
  3.  Israele non può perdere una guerra! Se la perdesse sarebbe la fine non solo dello stato, ma di tutta la popolazione ebraica e forse anche della cristiana. Certamente non potrebbero vivere in un eventuale stato arabo, che, come dimostrano i comportamenti del governo egiziano e siriano, causerebbe come minimo l’espulsione degli infedeli se non di peggio.
Precisato questi punti, mi piacerebbe ora valutare la situazione dei palestinesi di Gaza. Prima di tutto vorrei precisare una cosa: purtroppo a Gaza si vive male! Non è stato sempre così, fino ad una ventina di anni orsono l’economia di Gaza era buona. Cosa è cambiato? Prima di tutto c’è stato l’aumento di diffidenza degli israeliani verso gli arabi dovuta alle varie fasi dell’intifada, che per stessa ammissione degli attuali dirigenti palestinesi ha comportato un peggioramento della condizione a Gaza e in Cisgiordania. A Gaza, poi, c’è stato il tentativo israeliano di normalizzazione con il ritiro completo degli insediamenti e questo cosa ha portato? Tutte le infrastrutture lasciate dagli Israeliani sono state distrutte (case, fabbriche, aziende agricole), lancio ininterrotto di razzi su Israele, avvento al potere di Hamas ed una guerra che ha ridotto il numero di razzi (solo 500 questo anno!) con conseguente assedio per tagliare le forniture di armi ai gruppi combattenti. Alla fine con cosa ci ritroviamo? A Gaza si vive male, soprattutto se non sei di Hamas, gli Israeliani sono solo infastiditi dai razzi, senza una reale paura di perdere la posizione di forza. Tutto questo sta portando ad una frustrazione dei palestinesi della Striscia che per loro ammissione sanno di poter vincere e una volontà da parte Israeliana di chiudere la faccenda con un atto di forza estremo e meno male che, per ora, solo una piccola parte della popolazione lo richiede.
Ora quali sono le mie speranze per il futuro? Molto utopistiche ma forse le uniche valide: fermo restando che Israele non può essere piegato dai soli palestinesi, che gli altri paesi arabi al momento hanno altre beghe a cui pensare e che se l’Iran attaccasse darebbe la giustificazione di un bombardamento americano sul suo territorio, ci vorrebbe un cambio di mentalità da parte dei due contendenti. In particolare i palestinesi di Gaza, così come stanno facendo, in parte, quelli della Cisgiordania: devono accettare esistenza d’Israele e prendere atto che Israele è una realtà con cui confrontarsi culturalmente ed economicamente, seppellendo l’ascia di guerra e cercando una collaborazione economica che porti allo sviluppo turistico industriale della regione.
È utopia! Sì lo so, ma il mio sogno è che tutti quelli che urlano contro Israele la smettano e inizino a suggerire ai loro amici di Gaza che devono essere loro a dimostrare di volere la pace e che gli Israeliani non sono dei mostri assassini, ma una popolazione che non può perdere una guerra.